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LE PREDIZIONI DI CASSANDRA SUL NO LIKE DI INSTAGRAM

LE PREDIZIONI DI CASSANDRA SUL NO LIKE DI INSTAGRAM

«Addio ai like su #Instagram!», «Trema il mercato degli #influencer!».

Sono i titoli a effetto delle news in ambito #SMM.

Ma, come sempre, manca un approccio analitico, predittivo e complesso.

Sicuramente c’è un lato divertente: insomma, cari Influencer, cercatevi un lavoro vero, s’è fatta l’ora di sudare!

Scherzi a parte, in vero, i like non sono scomparsi, ci sono e si vedono, manca il contatore, precedentemente visibile, eliminato per i motivi di cui parlerò sotto.

E, a essere onesti, nel marasma di commenti sull’Influencer marketing e sulle recenti derive di certe facoltà universitarie che ne hanno fatto corsi specialistici, oggi è il caso di porsi una domanda spinosa: nella nostra società, anestetizzata e spesso incapace di scegliere, forse c’è davvero bisogno di Influencer per smuovere qualcosa? Oppure, gli Influencer sono tra le cause dell’intorpidimento delle coscienze?

Non credo sia facile dare una risposta, quindi consiglio cautela a chi si polarizza a favore o contro. Torneremo sicuramente su questo tema… intanto, torniamo alla questione del “no like” di Instagram!

Quali sono i motivi dichiarati dalla piattaforma Social?

Uno dei grossi problemi di Instagram è sempre stato quello dei Bot e delle Botnet, capaci di alterare i risultati dei post aggiungendo like e commenti a raffica, con un costo bassissimo per chi ne fa uso.

La scelta, quindi, di abolire i like, è un’azione di contrasto ai fake e a un uso “scorretto” del social. Ma davvero si può parlare di contrastare una Netbot con sistemi nati dalla stessa logica di base?

E si può andare ben oltre questa domanda alquanto ovvia. In effetti, è facile fare la Cassandra della situazione e predire che Instagram a breve alzerà l’asticella del monitoraggio a fini Ads, tramite controlli di Ai.

Dall’archiviazione delle stories – prima solo con scadenza di 24 ore –, Instagram ha avviato una risalita di buonsenso. Ma, il vero pregio di questo social, fino a oggi, è stata l’organica che fa numeri rilevanti. Questo, è accaduto grazie al boom degli hashtag che, a differenza di Twitter, hanno dato risultati migliori, essendo potenziati dall’obbligo di caricare una foto o una story direttamente dai cellulari. Il livello di simpateticità delle “live action” è, chiaramente, alto.

Notevoli sono, infatti, i tentativi illuminati di utilizzare i social come Instagram o Facebook per coinvolgere gli studenti in forme di apprendimento al passo coi tempi: ne parla molto bene Valentina Manganaro su Beunsocial!

Eppure, si parla ancora troppo poco del livello di potenziale falsificazione e problematicità che questi ‘strumenti’ comportano. De facto, ritengo sia riduttivo definirli ‘strumenti’: uno strumento può essere utilizzato a fin di bene o al contrario, dipende tutto dalla volontà di chi ne fruisce. Qui si tratta invece di ‘sistemi’, sistemi complessi, sempre più autonomatici, capaci di influenzare fortemente il nostro modo di vivere.

Va rammentato che Instagram nasce come Social per Mobile, tant’è che la versione Desktop è limitatissima, sebbene si stia parlando del suo roll out. Intanto, basta osservare come procede la ricerca in ambito Mobile per trarre conclusioni, logiche (e illogiche): il Mobile è già da tempo approdato alle tecnologie di scansione non meramente numeriche di monitoraggio utenti, audio, GPS, ora Face Scanning… comportanto uno dei più seri problemi di attualità inerente l’etica del mondo Tech, Web e ADV.

Se vogliamo analizzare criticamente Instagram e, più in generale, la rivoluzione tecnologica e sociale avviata dal Mobile, non si possono trascurare gli aspetti negativi come: Waiting Syndrome, Digital Ego, scollamento dal reale e Selfite ossessivo-compulsiva.

I Social, il Web, hanno già modificato le nostre vite, il nostro linguaggio, il nostro modo di pensare, il nostro stile di scrittura. Ma la modificazione più profonda è avvenuta al livello psicologico-comportamentale: i Social e il Web hanno modificato il nostro modo di agire (o non agire), di scegliere (o non scegliere).

Se penso a tutti i bambini nativi digitali che sono ambidestri, come faccio a non immaginare i risvolti psicologici che questa nuova ‘abilità’ sta già avendo?

L’intero complesso mito-poietico-psichico dell’umanità è fondato sul concetto di scegliere questo o quello, sinistra o destra, il bene o il male: i miti, le fiabe, i fatti storici hanno implicato un addestramento emotivo e spirituale alla scelta.

Oggi non è più così facile parlare di scegliere, a prescindere da quanto possa suonare ‘fuori dal tempo’ per le persone cool e smart, viviamo in una società che ha avverato del tutto la previsione di Bauman, una società completamente liquida, che tende a una desensibilizzazione e deprivazione di orientamenti.

Il prossimo passo – mormora la Cassandra che c’è in me –, sarà una società gassosa, come ho detto altrove…

Quindi, tornando a noi, continuiamo la predizione su Instagram: chiediamoci in quale senso sta virando l’uso, l’abuso e il mercato dei social.

Credo sia plausibile che Instagram punterà alle nuove tecnologie mobile con algoritmi non basati sui semplici numeri, ma sulla (presunta) qualità dei dati.

È passato abbastanza tempo dall’avvento dei Big Data per poter dire che se non sono anche Good Data sono uno strumento pericolante.

Cosa sono i Good Data? Fino a oggi erano i dati interpretati da chi aveva competenze ben oltre il marketing: dati strettamente vincolati a una lettura umana, intelligente, per la quale occorrono competenze alte e a 360°, al fine di interpretare e predire un complesso di fattori, numerici, storici, culturali, economici, linguistici, sociali, iconografici, ecc.

Ma sarà ancora così? A titolo di semplice esempio, il mercato del Face Scanning paventa ipotesi di lettura delle emozioni tramite algoritmi, quindi c’è già in atto lo sviluppo di sistemi automatizzati di rilevazione di Good Data: un mercato senza dubbio interessante, perché (in teoria) abbatterebbe i costi delle interpretazioni umane.

Il risvolto negativo è che va in scena una potenziale sostituzione della componente umana, soppiantata da algoritmi di nuova generazione, sempre più precisi nell’individuare i Good Data.

 

La mia domanda è: può esserci qualcosa di “good” in uno scenario sempre più orwelliano, che passa inosservato sotto la stolta o finta o stolta e finta entusiasmante reazione di incompetenti o di alienati adoratori delle tecnologie di automazione?

 

Ordunque, per concludere, forse è il caso di cominciare a essere meno entusiasti di queste sensazionali notizie e affrontarle in maniera complessa, per ciò che realmente sono: R I S C H I, nella doppia accezione di “minacce” e “opportunità”.

In tal senso, l’Intelligenza Artificiale è una porta aperta alla scelta di orientare le tecnologie eticamente. Una porta che non può prescindere dal fattore umano, perché siamo noi a dover scegliere in che modo e perché e con che fine attraversarla.

BISOGNA essere certi, con vera e propria fede, che nessun algoritmo potrà mai sostituire la complessità del pensiero umano o l’infinità dell’anima.
Alla fine ci sarà sempre qualcosa da scegliere, e non semplicemente qualcosa di buono, perché si tratterà di scegliere qualcosa per il bene.
Per farlo, sarà necessario attraversare la porta della realtà virtuale, per tornare alla vita reale.

 

Vincenzo Notaro

Direttore creativo

Officina Mirabilis

 

 

Link interessanti:

 

 

  • Sulle possibilità di lettura logiche e illogiche, consiglio il saggio di Massimo Gerardo Carrese: La fantasia non esiste.

 

  • Sull’interpretazione di dati orientati eticamente, da uomini e non da algoritmi, chiedete di OSA™.

 

 

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