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Officina Mirabilis è un laboratorio di comunicazione fondato da Vincenzo Notaro, focalizzato sull’equilibrio tra solidità concettuale e design creativo. Ci occupiamo di ideazione e realizzazione di prodotti per l’advertising, dalla progettazione grafica, allo sviluppo di video e siti web. Svolgiamo la nostra attività con passione, estro e dedizione, forti dell’esperienza di un team con competenze multidisciplinari. LEGGI ALTRO
LA “CLOUD” DEI “BIG DATA” NON OFFUSCHERÀ IL SOLE DELLA CULTURA

LA “CLOUD” DEI “BIG DATA” NON OFFUSCHERÀ IL SOLE DELLA CULTURA

Negli ultimi anni, date le prassi di moda nell’advertising, incluso l’uso che spesso finisce in abuso dei social media, abbiamo posto ripetutamente una domanda a chi interagisce con noi: essere virali è sempre un bene?

Se pensiamo ai fenomeni di Youtube che riescono ad arrivare in TV, siamo dinanzi a delle eccezioni, ed è ancora presto per capire se resisteranno o se saranno rimpiazzati da altri fenomeni, lasciando o meno una traccia.

Su questi esempi, tante aziende cadono nell’illusione che la pubblicità sui social media costi poco e renda bene, rinunciando magari a cose basilari come uno studio strutturato dell’anatomia del proprio brand, o rinunciando, paradossalmente, ad avere un sito web, concentrandosi solo sulla paginetta Facebook, fatta (male) e gestita (peggio) in proprio.

 

Beh, da soli non si va da nessuna parte. Anzi, chiariamolo prima di dire qualsiasi altra cosa: lo studio serio di un brand, un sito web efficace ed efficiente, un piano di comunicazione integrata che dia buoni risultati, sono strumenti imprescindibili per chiunque si affacci all’odierno mercato, che se sviluppati seriamente 1) fanno realmente la differenza in termini di qualità dei risultati e 2) non possono costare pochi spiccioli, magari dati a qualche ragazzino (forse volenteroso, di certo sprovveduto), o qualche adulto inventato (di certo sprovveduto, forse disonesto).

 

La domanda vera che deve porsi chi ha un’azienda o una qualsiasi attività è: le piogge di like sui post virali o ottenuti grazie alle campagne a pagamento sui social, portano sempre a “buoni risultati”? Sono sufficienti?

 

Forse è il momento adatto per definire un’idea sana di “buoni risultati”, perché se da un lato c’è chi vuol far da sé e fa per zero, dall’altro c’è anche un grosso deficit in ambito professionale e vale la pena parlarne, dati i recenti fatti che hanno investito di polemiche Facebook per l’affaire Cambridge Analytica.

 

Ciò che è accaduto ormai è sulla bocca di chiunque, ma cos’altro sta succedendo?

Di recente Facebook ha intrapreso una forte azione di reputation management, eliminando la possibilità di usare le partner categories in fase di targettizzazione. Ossia, fino a ieri, in alcuni paesi (USA, Giappone, Australia, e qualche paese più disinvolto dell’Europa) si poteva definire la propria utenza per le campagne di advertising in base a dati raccolti da società terze (Acxiom, Oracle Data Cloud, Experian, ecc.) foraggiate da FB per sfruttare dati come l’utilizzo della carta di credito o la cronologia degli acquisti e altre informazioni molto preziose per chi decide di usare internet per il proprio business. Ebbene, da oggi, non si potranno più usare le partner categories.

Era illegale? Assolutamente no. E non è neppure una grossa innovazione, dato che l’utilizzo dei big data e l’impiego di società terze specializzate nel raccoglierli e fornirli a pagamento, è una prassi molto ma molto precedente anche l’avvento di Internet…

 

Quindi? Perché lo fai, Zucky, disperato ragazzo mio?

In pratica, Facebook assolutizza il principio della “reputazione” per recuperare il “potere” perduto a causa dello scandalo Cambridge Analytica.

A tanti professionisti sfugge il livello psicologico di questa vicenda, molti esperti di social media non lo considerano, offuscati dallo “stare sul pezzo” o dai tecnicismi dell’innovazione. Mentre, invece, proprio sul piano psicologico si evince un dato così grosso da esser diventato invisibile ai più, essendo tutti immersi in questa sorta di cloud gigantesca che ci offusca la vista: la reputazione è solo una maschera del potere, come scrive il filosofo James Hillman, che serve a coprire la mancanza di autorevolezza, quel quid che non può essere perduto perché è innato e necessita solo del giusto contesto in cui prendere corpo.

 

Chi sceglie – per incapacità o per interesse – di rincorrere la reputazione in maniera spasmodica, finisce presto per ripiegare su approcci senza princìpi, forme senza sostanza, metodi destinati a scomparire. Difatti, la logica del reputation management, che sembra l’ultimo grido in fatto di web marketing, così come “profilazione dell’utenza”, “algoritmi”, “ranking”, ecc., è una logica utilissima fino a un certo punto e se usata con criterio, ma se viene esasperata non solo è effimera, ma persino, paradossalmente, antiquata. È un po’ come farsi il botulino per nascondere la propria vecchiaia: si possono illudere solo gli ubriachi in discoteca, ma alla lunga questa prassi diventa inefficace o, peggio, incontrollabile.

 

Ecco perché ai nostri partner – che in termini di marketing possiamo definire seller – diciamo sempre che una comunicazione senza radici, senza contenuti, non ramificata a vari livelli, meramente orientata al “virale”, alla velocità e all’innovazione, alla facciata bella e sorridente della reputazione, è un errore da faciloni. Nessuna “tendeza” è duratura o fa risultato sic et simpliciter.

 

Jünger, nel Trattato del Ribelle, mise in luce l’esigenza di usare tutti gli strumenti di cui si dispone, ovviamente inclusi quelli del proprio tempo, ma per accedere alle forze fuori dal tempo (il mito, la cultura, la spiritualità e tutte quelle cose impopolari alle quali nessuno bada più…). Attenzione, però, qui non stiamo affatto sottovalutando gli strumenti dell’innovazione, anzi, li utilizziamo costantemente! Il punto è che per fare davvero la differenza, in un contesto caotico e impoverito dall’abbrutimento come quello attuale, occorre avere radici profondamente piantate in un terreno fertile, quello della cultura.

 

Pertanto, cari seller, la notizia sconvolgente è che dei like a pioggia non ve ne farete molto, i veri buoni risultati vanno ricercati su altri piani: vivere bene facendo ciò che amate, mantenere saldi dei princìpi etici, dire o dare qualcosa agli altri per crescere insieme e vivere in un mondo migliore. Questo, in buona sostanza è fare cultura, produrre valori e non meramente valore. Sarà impopolare, sarà utopico? Provate per credere.

Per far ciò, va da sé, non vi saranno utili le strade facili, né quelle veloci, né quelle solitarie: occorre che diveniate autorevoli, e c’è un solo modo: produrre contenuti, fianco a fianco con partner in grado di potenziarli e trasmetterli a una rete capace di riconoscerli (il contesto), che parli la vostra lingua, abbia i vostri stessi fini e la vostra stessa volontà volta al bene comune.

 

Ottenere buoni risultati significa fare bene, fare del bene. Perciò, a meno che i vostri prodotti non siano fuffa, fate cultura! Fate cultura affinché il vostro agire sia il trait d’union tra la vostra estetica e la vostra anima, definendo un’etica che sarà la vostra identità, sul mercato e nella vita, creando una rete viva in cui i consumer siano parte di un corpo unico, in un progetto di crescita comune.

 

Ma, appunto, i consumer, in tutto questo, che ruolo hanno?

Continuando a parlare delle recenti vicende di Facebook, potete leggere articoli in giro, su testate nazionali e su siti specialistici di tutto il globo, meglio se leggete la trascrizione integrale dell’intervento del CEO di FB all’US Congress (qui: goo.gl/HNdFZP), ma la sintesi è questa affermazione di Zuckerberg: «And while there is some discomfort for sure with using information in making ads more relevant, the overwhelming feedback that we get from our community is that people would rather have us show relevant content there than not».

Traduco: Nonostante il disagio che si avverte nel farsi calare le braghe, ci piace moltissimo che la siringa sia su misura per noi…

In pratica, Facebbok ha un modello di business basato su quanto siamo narcisisticamente stupidi (e sto usando il termine “stupidi” in senso etimologico).

Ecco perché i consumer hanno un ruolo a dir poco fondamentale in un processo di ricostruzione di un mercato etico, perché potrebbero scegliere il bene (per es. prodotti che salvaguardano l’ambiente), piuttosto che essere scelti dal male (ossia essere orientati come marionette dalle pubblicità di prodotti poco etici).

Quindi, traslando il piano psicologico su quello sociologico, cari consumatori, per neutralizzare la fuffa, per uscire dalla cloud dei big data – che serve solo a compensare la piccolezza dei prodotti più commerciali (non facciamo nomi: tutta l’immondizia che si vende a milioni di confezioni nei centri commerciali) – dovrete far risplendere il sole della cultura!

Solo così diverrete più sensibili e riuscirete a scegliere consapevolmente, senza essere manovrati dai sensazionalismi o dalle mode. Perché, se per i seller ci sono metodi e prassi per fare bene – come affidarsi ad advertiser seri e capaci di produrre cultura fiancheggiando i progetti che realmente hanno qualcosa da dire –, per voi consumatori c’è solo un’unica speranza: la vostra coscienza.

Un regno di cui bisogna possedere le chiavi intimamente, un regno che va protetto con solide mura fatte di cultura, un regno nel quale far entrare solo gli spiriti affini, per comunanza d’intenti, per vibrazione, per vivere sotto lo stesso sole che risplenda con l’intensità della consapevolezza.

 

Vincenzo Notaro
Direttore creativo
Officina Mirabilis

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