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BLACK WEB: il lato oscuro del ‘web in chiaro’ (1/3)

BLACK WEB: il lato oscuro del ‘web in chiaro’ (1/3)

Avete mai pensato che il riscaldamento globale è causato anche dal web?
In questo articolo cercherò di far luce sul primo di tre aspetti molto oscuri del web: i danni ambientali causati da Internet e dalle tecnologie dell’informazione. Seguiranno altre due puntate, una sulle forme di criminalità e una sulle psicopatologie nate con l’avvento del web.

Introduzione (luci e ombre)

Tutti sanno che esiste una parte del web chiamata ‘dark web’, fatta di darknet (reti oscure) non indicizzate dai motori di ricerca. Ne avrete certamente sentito parlare il giorno dopo il recente Facebook Data Breach, quando è impazzata la notizia che i nostri account violati erano finiti in mano a criminali del ‘dark web’, venduti intorno ai 10 $ l’uno, al fine di clonare identità per possibili ricatti.
Il ‘dark web’ è solo una parte del ‘deep web’ che è l’insieme di tutte le reti e i software criptati che stanno sotto al ‘surface web’, sotto al ‘web in chiaro’.
È una rete 6 volte più grande del web che utilizziamo alla luce del sole, ma non esiste solo per fini criminali.

Come rappresentato nel Taijitu cinese – il simbolo più conosciuto del Taoismo –, c’è sempre un puntino di luce nel buio e queste reti nascoste a volte nascono per motivi nobili.
Le darknet sono molto usate contro la censura giornalistica in regimi dittatoriali, per proteggere l’anonimato di utenti sensibili, per combattere il terrorismo, per trovare informazioni altrimenti non reperibili, addirittura talvolta per offrire maggiore sicurezza del ‘surface web’.

Ovviamente, accade anche il contrario.
Nel candido mondo digitale c’è un punto di nero densissimo che sta crescendo a dismisura.
In questo articolo parlerò del lato oscuro del ‘web in chiaro’, ciò che definisco ‘black web’.

Il ‘black web’ è l’insieme di tre problematiche del Web:
1/3 Danni ambientali
2/3 Criminalità e illegalità
3/3 Problemi socio-psicologici

Quanto inquina il web? Ve lo siete mai chiesto?
Quella ambientale è, senza dubbio, la problematica del web più insidiosa, più grossa per dimensioni e meno appariscente.
La rivoluzione digitale non è ecologica: tutti gli strumenti tecnologici che utilizziamo per vivere nel mondo digitale, hanno procedimenti di produzione in parte molto inquinanti.
Faccio due esempi: il primo, alla portata di tutti, è l’uso massivo di plastiche nei dispositivi tecnologici; il secondo, molto meno conosciuto ma ancora più pericoloso, è l’estrazione di ‘terre rare’ utilizzate in alcune parti hardware, per esempio nel cablaggio della fibra ottica.
Inoltre, la continua e spesso programmata obsolescenza delle tecnologie causa una enorme mole di immondizia, che va a impattare l’ambiente sotto la voce rifiuti speciali.
La continua produzione di dispositivi (smartphone, computer, tablet…) è, perciò, altamente inquinante.

Ma non c’è solo l’aspetto hardware, il dispendio energetico è un problema anche più grave.
Tutte le meravigliose informazioni cui abbiamo avuto accesso grazie all’avvento di Internet, tutte le cose che riusciamo a fare con una facilità inimmaginabile solo 20 anni fa, tutte le occasioni che il web ci ha aperto – e parlo in prima persona –, hanno un lato oscuro: sono una massa di dati mastodontica il cui peso non è immateriale. Internet non è il piano astrale, per capirci.
Se è vero – come scrivevo 10 anni fa, con fin troppo entusiasmo, lo ammetto – che una certa forma di ecologia si prospettava con il print on demand in ambito editoriale e artistico, oggi che il mercato dell’e-book è quasi crollato e si ritorna al cartaceo, resta poco margine per poter essere entusiasti del Web sul piano ecologico.

Le informazioni che Google e tanti altri colossi – come Apple, Amazon, Microsoft, ecc. – assorbono e i servizi che forniscono implicano uno scambio di dati che, messo insieme alle altre forme di inquinamento, sta consumando il pianeta.
Reti di server sempre più potenti dissipano quantità sempre maggiori di energia elettrica.
Trovate una bella infografica in francese qui, dalla quale si capisce che se Internet fosse una Nazione sarebbe al 6° posto tra i maggiori consumatori di energia elettrica al mondo.
L’infografica non considera le darknet, quindi probabilmente il posto del Web complessivo – surface e deep – salirebbe di almeno un gradino verso il podio.
Fino al 2007 l’ICT (l’Information and Communications Technology, ossia l’insieme di dispositivi e tecnologie per il digitale) era responsabile dell’1% delle emissioni globali di anidride carbonica, causa del riscaldamento globale. Oggi, si stima che che entro il 2040 questo dato raggiungerà il 14%, ed entro il 2020, cioè fra appena 2 anni, solo Internet coprirà circa il 7% delle emissioni globali di anidride carbonica.

La CO2 è il principale gas serra nell’atmosfera, il cui costante aumento causato dalle attività umane dell’ultimo cinquantennio è il principale motivo del riscaldamento globale.
È una delle forme di inquinamento più letali per il nostro pianeta e per l’umanità.
Quindi, quando pubblichiamo quintali di foto delle vacanze o le video-storie della pizza che abbiamo mangiato per l’ennesimo sabato sera, stiamo contribuendo ai disastri ambientali.
Non è uno scherzo, la tendenza ad abusare delle tecnologie e la dipendenza da social network è, in prospettiva, un danno di dimensioni incalcolabili e un problema sociale per ora incontrollabile e difficilmente neutralizzabile.

Gli esperti parlano di un climate change inarrestabile: ci restano 12 anni per fare ammenda, al solo fine di mantenere l’aumento della temperatura del pianeta all’attuale +2,0°.
Nel dicembre del 2015, 195 Paesi avevano firmato l’Accordo di Parigi che vincolava giuridicamente le Nazioni firmatarie all’incremento delle energie rinnovabili e a prassi industriali volte a massicce riduzioni di emissioni di gas serra nell’atmosfera.
In Italia, però, sembra che nessuno ci abbia capito molto, pochissimi giornali ne parlano molto di rado e restiamo tra i primi 5 Paesi europei in quanto a emissioni di CO2, con a capo la Germania che ne emette più del doppio delle nostre.

Se le emissioni in Italia sembravano diminuite subito dopo l’Accordo di Parigi era, però, solo a causa della riduzione del 48% dei consumi di energia elettrica dovuta alla crisi del comparto industriale: in pratica, di ecologico non abbiamo fatto ancora niente.
I dati del 2018 ci informano di un nuovo aumento dello 0,2% rispetto al 2017.
Nei dati pubblicati dal Parlamento Europeo, fino al 2012 l’UE era al 3° posto a livello mondiale, dopo Cina e Stati Uniti, seguivano India e Brasile.
Il problema più serio è fare una proiezione di cosa accadrà via via che le aree del pianeta meno connesse conquisteranno la tecnologia necessaria per accedere al web. Molti paesi africani e asiatici in forte crescita economica e industriale lasciano immaginare un apporto enorme di anidride carbonica che difficilmente si può predire.

Qual è il rischio del riscaldamento globale?

Basta guardarsi intorno, già solo in Italia, e seguire le recenti tragedie dovute a disastri ambientali che capitano sempre più spesso.
Di questo passo, entro 12 anni non riusciremo ad abbassare la temperatura globale al già dannoso +1,5°C e basterà mantenere un mezzo grado centigrado in più, ossia l’attuale +2°C, per far degenerare il pianeta in cambiamenti devastanti.

Voglio mostrarvi alcuni effetti del riscaldamento globale in una situazione costante di +2°C con una infografica che ho pubblicato su LinkedIn:

 

Sembra il sequel di un film apocalittico, ma è uno scenario, purtroppo, probabile.
E l’insieme di Internet e delle tecnologie informatiche costituirà una fetta sempre più grande di questo problema.

Mancano all’appello altre problematiche, tra cui quella dell’inquinamento elettromagnetico dovuto ai dispositivi come smartphone, tablet e computer, estremamente nocivo alla salute.
L’elettrosmog, insieme all’inquinamento nell’aria, degli oceani e della terra – causato da polveri sottili, agenti chimici, rifiuti tossici e non, attività di estrazione e deforestazione –, è tra le principali cause di molti disturbi della salute (come la meteoropatia) e gravi malattie (come i tumori).

Cosa fare per il riscaldamento globale?

Mentre Trump diffonde l’allarmante notizia che ritirerà gli USA dall’Accordo di Parigi, lo Special Report sul riscaldamento globale del Intergovernmental Panel on Climate Change ha definito le uniche opzioni per stabilizzare il riscaldamento globale a 1,5°C.
Le urgenze per l’IPCC sarebbero: tagliare nettamente l’utilizzo di combustibili fossili del 50% entro 15 anni e portarli a 0 entro 30 anni. Niente gas e petrolio, quindi, tutto convertito a energie verdi, sia per case, comparti industriali e autoveicoli.

Cosa possiamo fare per il riscaldamento globale?

Oggi, stiamo capendo gli effetti dell’aumento della temperatura globale a +2°C, ma i nostri figli saranno funestati da un aumento di + 3°C previsto per il 2100.
Di qui, probabilmente, gli obiettivi posti dall’IPCC saranno irrealizzabili, urge quindi cominciare tutti a fare qualcosa, a partire anche dalle azioni ecologiche che ci sembrano piccole e insignificanti, ma che sommate per miliardi di anime potrebbero aiutare moltissimo.
Abolire le plastiche monouso, usare mezzi di locomozione ecologici, cibarci di alimenti etici e sostenibili che rispettano la natura e salvaguardano gli animali, cercare di passare il prima possibile all’uso di energie da fonti rinnovabili. Sono questi gli obiettivi, difficili ma minimi, che potrebbero salvarci oggi e in futuro.

Torniamo, quindi, al nostro problema, quello dell’inquinamento causato dal Web…
Non sono abituato a scaricare la colpa sui cattivoni che detengono il potere, sebbene gli Stati incapaci di conformare l’ICT a prassi ecologiche abbiano un’enorme responsabilità, sostengo che noi civili, noi utenti, noi operatori, non siamo mere vittime.
Ogni santo giorno abusiamo delle tecnologie, di Internet, dei Social Network, quando pubblichiamo le valanghe di idiozie su Facebook e Instagram, non facendo altro che peggiorare la nostra vita sia sul piano personale che su quello ambientale.

Condividere con gli amici un momento importante, di gioia o tristezza, scambiarsi opinioni o chiedere aiuto, ci aiuta a crescere e a star bene. Ma abusare della grande opportunità che ci ha offerto il web è patologico. Non importa a nessuno quello che facciamo momento per momento, non interessa a nessuno se condividiamo ogni inutile istante della nostra giornata o del nostro lavoro. Sul serio, è solo un loop narcisistico.
Sapete quanti articoli vengono pubblicati al giorno sul Web? Quasi 100.000! E-mail e messaggi istantanei non si contano, i post sui social network sono in spaventoso aumento.
La maggioranza di questa massa di dati che muoviamo costantemente è immondizia, senza controllo alcuno. È inquinamento di informazioni (fake news e noise) e inquinamento ambientale.

Un esempio sono le stories di Facebook e Instagram.
Immaginate quante stories vengono pubblicate al giorno, considerando che Facebook e Instagram contano insieme quasi 4 miliardi di utenti attivi.
Perché perfino l’autocancellazione delle stories non è ecologica, anzi! Tutto il meccanismo consuma, usura e richiede costantemente e ossessivamente più risorse.

voglio dare un consiglio controcorrente a chi lavora con il Web e non può prescindere dall’uso di strumenti come i Social Network: non pubblicate ossessivamente.
Mostratevi poco, siate riflessivi e discreti.
Siate ecologici. Pubblicate il meno possibile, quando necessario, se c’è qualcosa di importante da dire o da mostrare.

Dieci anni fa, quando scrivevo di Web 2.0, c’erano ben altri presupposti. «Siamo noi la macchina. Siamo noi a istruire la macchina», così scrivevo.
Oggi, gli algoritmi ci governano, ne siamo schiavi, regolano il nostro tempo e il nostro modo di scrivere o di inquadrare una foto. Ci stanno inebetendo.
Allora sapete che vi dico? Basta a star dietro a tutte le linee guida, ossequiosi e a testa china. Basta con l’obbligo di pubblicare 10 volte a settimana su Facebook nelle ore di punta, 2 su LinkedIn ma mai nei weekend, 14 al giorno su Twitter badando agli hashtag di tendenza!
È solo rumore! E nell’assordante tintinnio di spiccioli dei bottegai si sperde perfino il suono delle campane, come diceva Nietzsche.
Traduco: se fate rumore e se rimanete dove si fa rumore, nessuno sentirà mai cosa avete da dire.

Bisogna essere critici, tornare a riflettere, riprendersi il tempo, senza paura di rischiare. Le regole bisogna conoscerle, ma bisogna anche saper disobbedire.
Riprendiamo a istruire la macchina. Dietro le macchine servono uomini, pensanti, liberi e, soprattutto, ispirati da valori di bene comune.

È la scelta più difficile, ma è quella giusta. Gli algoritmi vi penalizzeranno, ma una forza destinale, provvidenziale, se non anche la vostra semplice coscienza, vi premierà. Facendo bene a voi, agli altri e al mondo.

Vincenzo Notaro
Direttore creativo
Officina Mirabilis

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